Omelia Messa della Festa – Cardinale Penitenziere Maggiore Angelo De Donatis
Carissimi fratelli e sorelle,
celebriamo la festa di San Romano e, insieme, ci affacciamo ad un nuovo anno pastorale. Le due occasioni si illuminano a vicenda: il patrono ci ricorda da dove nasce la vita cristiana e il cammino pastorale ci domanda come renderla concreta, oggi, nella nostra comunità e nel nostro quartiere.
La tradizione della Chiesa ricorda Romano accanto a san Lorenzo: mentre era in carcere, ricevette da lui il battesimo; da carceriere divenne custode del diacono e, davanti al tribunale, confessò con coraggio: «Sono cristiano». Romano non si è dato da sé questa identità: l’ha ricevuta come dono e l’ha custodita fino alla testimonianza suprema. La sua storia ci parla di una fede che incontra Cristo, cambia la vita e la rende capace di amare. Non celebriamo il martirio come ricerca della sofferenza, ma come fedeltà a Cristo, più forte della paura e di ogni potere che pretenda di occupare il cuore.
Iniziare l’anno pastorale sotto il suo nome significa allora domandarci non soltanto quante iniziative organizzeremo, ma quale comunità desideriamo diventare: una Chiesa in cui ciascuno possa sentirsi chiamato per nome, incontrare il Signore e trovare il proprio posto nella missione. È anche la direzione indicata da papa Leone XIV alla diocesi: ripartire dall’incontro con Cristo, verificare insieme il cammino e domandarci con sincerità il perché delle nostre scelte. La Parola che abbiamo ascoltato ci offre una luce per farlo. «Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui» (1Ts 1,4); e la scelta di Dio è fondata sull’amore: non su meriti o qualità personali, ma sul fatto che Egli ci ama e ci precede nell’amore.
S. Paolo sottolinea sempre con forza la gratuità di questa scelta. Nella prima lettera ai Corinzi, per esempio, afferma che si tratta dell’elezione del coloro che non hanno particolari qualità da vantare, una cultura poca o nulla agli occhi del mondo (1Cor 1,26-31). D’altra parte, l’amore divino, quando sceglie, attende una risposta. Per Paolo in risposta all’amore si declina su quelle che la tradizione cristiana chiama virtù teologali: la fede, la speranza, la carità. Teologali perché non trovano origine in noi, ma in Dio: vengono da lui e a lui conducono. Ed è interessanti soffermarsi sulle espressioni che Paolo usa per ciascuna di esse. Parla di operosità della fede, di fatica della carità, di fermezza della speranza. La fede opera, la carità si affatica, la speranza persevera. I doni di Dio vengono si dall’alto, ma poi, si incarnano in un corpo che agisce, si impegna, trasforma la storia, in modo fattivo, laborioso, dinamico. La fede in Dio non ci fa evadere, ma ci rende responsabili della storia, la carità è tutt’altra cosa della semplice emozione e dal sentimento trasfigurato: è il sudore della decisione; la speranza non fugge via dalle contraddizioni del presente, ma le porta e le sopporta con tenerezza e fiducia.
Lo ricorda anche il profeta Isaia. C’è un solo Signore che guida la storia, ma egli si affida alla libertà e alla responsabilità degli uomini. Egli è colui che ci rende pronti all’azione, non perché siamo strumenti passivi nelle sue mani ma perché in Lui e nella Sua parola possiamo trovare criteri e orientamenti affinché il nostro impegno sia secondo giustizia, per il bene di molti e possibilmente di tutti, in vista di cammini di libertà e di vita. C’è un solo Signore e questa consapevolezza rappresenta una critica radicale a ogni potere umano che aspiri a diventare assoluto e idolatrico; è una critica a ogni potere che voglia catturare il cuore degli uomini e impossessarsi della loro fede, del loro amore, della loro speranza. La fede allora diventa indottrinamento, la carità fanatismo, la speranza ideologia.
L’unico Signore, invece, ci rende parte dell’azione: suscita la nostra libertà, promuove la nostra responsabilità, ci consente di agire in alleanza con lui. Anche per questo motivo, afferma Gesù, occorre rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
C’è qualcosa che spetta a Cesare e che Dio non pretende per sé. È appunto la responsabilità della storia, l’impegno per il bene comune, la gestione di un potere che sappia promuovere la giustizia e la pace.
Quando pretendiamo che sia Dio a governare la storia al posto di Cesare, lo trasformiamo in un idolo, lo rendiamo causa di guerre e di atrocità compiute in suo nome. Dio è il Signore della storia, ma non vuole che il potere sia esercitato in suo nome, bensì nel nome dell’uomo. E vuole che l’uomo sia impegnato secondo la stupenda immagine di Isaia, per aprire le porte non per chiuderle; per aprire la vita, non per serrarla dentro catene di schiavitù idolatrica.
L’immagine della moneta è di Cesare, ed è pertinente a lui che va restituita. I rapporti economici, come quelli politici o sociali, vanno esercitati in suo nome, rispondendo a lui. Si è bravi cristiani, non perché pii e devoti ma perché capaci di assumere le proprie responsabilità
anzitutto davanti a Cesare. C’è però anche qualcosa che spetta a Dio, e che Cesare non può pretendere per sé. Ed è l’altra immagine, non quella impressa su una moneta, ma quella impressa in noi, nel nostro corpo, nella nostra persona. Siamo stati creati a immagine di Dio ed è soltanto a lui che l’immagine va resa. È lui il Signore della nostra vita, l’unico Signore – afferma Gesù -: non ce n’è altri.
Se Cesare pretende di spadroneggiare su di noi, la fede ci fa riconoscere che altra è la vera signoria sulla nostra vita. La carità ci insegna a lottare per la libertà di tutti, anche a sacrificio della propria esistenza. La speranza ci rende tenaci persino di fronte a minacce e persecuzioni. C’è un solo Signore, ed è lui, non ad altri, che dobbiamo rendere la nostra vita. Ed è molto bello scoprire che, se Cesare imprime la sua immagine su una moneta, Dio vuole imprimerla in noi, nella nostra persona. La moneta appartiene a Cesare, la nostra vita appartiene a Dio. Cesare cerca il potere. Dio la relazione: siamo suoi; gli apparteniamo. Dio ci ama e, siccome ci ama, ci sceglie, e scegliendoci ci fa suoi.
Spesso Cesare pretenderebbe che gli pagassimo non solo il tributo, ma che gli consegnassimo la nostra coscienza, il nostro cuore. No! Esso è di Dio, soltanto suo. E perciò suo è anche il nostro. La moneta va resa a Cesare, la nostra vita a Dio; soltanto così la possediamo davvero. Nel momento in cui la mettiamo nelle mani di Dio, ce la ritroviamo tra le mani, come un regalo che Dio ci fa, amandoci e scegliendoci. Ed è scegliendo Lui che noi scegliamo noi stessi, scegliendo Colui che ci sceglie nell’amore.
Carissimi fratelli e sorelle la parola di Dio di oggi ci aiuta a comprendere anche il cammino pastorale che comincia. Con le sue parole il Papa non ci chiede di aggiungere un programma a tanti altri. Ci propone di fermarci e verificare, alla luce dello Spirito, se ciò che facciamo conduce davvero a Cristo, genera relazioni e comunità, serve la città e forma discepoli capaci di responsabilità. Ci invita a chiederci: perché facciamo questa cosa? A quale bisogno reale risponde? Che frutto porta? Questo discernimento può aiutarci a custodire ciò che dà vita, a correggere ciò che non serve e a lasciare spazio all’essenziale.
Chiediamo allora al Signore, per l’intercessione di San Romano, una fede operosa, una carità concreta e una speranza tenace. Il nostro patrono ci accompagni nel nuovo anno pastorale: ci aiuti a riconoscere Cristo, a servirlo nei fratelli e a dare, con umiltà e coraggio, la testimonianza che anche noi apparteniamo a lui. Amen.