Cero Pasquale 2025. L’Agnello vincitore, Luce nel nostro cammino
In questo 2025, anno giubilare di perdono e di speranza, abbiamo scelto per il nostro cero pasquale l’immagine dell’Agnello: figura dalle profonde radici bibliche che, fin dai primordi del cristianesimo, è tra quelle prescelte per esprimere la vittoria sulla morte del Figlio di Dio che ha offerto la propria vita in sacrificio.
Presso il popolo di Israele un agnello veniva sacrificato in diverse circostanze: nel rituale quotidiano chiamato tamid, nelle offerte per il perdono dei peccati, negli olocausti di consacrazione. Con il sangue dell’agnello pasquale venivano cosparsi gli stipiti delle porte in segno di redenzione del popolo ed il pranzo pasquale simboleggiava l’uscita dalla schiavitù d’Egitto, con l’entrata nella terra promessa (cfr. Es 12,1-27).
Dunque l’agnello è dono di Dio, è comunione di vita con Dio, è appartenenza a un popolo, è liberazione. Ma è anche vittima: tra Dio e il popolo, il tramite è il suo sangue; tra gli Israeliti e l’angelo sterminatore, la difesa è il suo sangue.
In aramaico la stessa parola (talya) veniva usata per indicare il servo e l’agnello, ecco perché troviamo un significato più pregnante nei testi dei profeti: Geremia perseguitato si paragona ad un «agnello che viene condotto al macello» (11,19); in Isaia il Servo del Signore è come «agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori» (53,7).
Con il Nuovo Testamento Gesù diventa il compimento dell’antica figura del Servo sofferente, è lui il vero Agnello pasquale che muore per espiare i peccati del suo popolo e realizzare l’esodo autentico, cioè il ritorno dell’umanità all’Amore del Padre (cfr. 1Cor 5, 7).
Nel vangelo di Giovanni, Gesù viene indicato fin dall’inizio come l’agnello, colui che verserà il suo sangue in espiazione per tutti, proprio nel giorno della Parasceve e nell’ora in cui nel Tempio di Gerusalemme si immolavano gli agnelli per il sacrificio pasquale (cfr. Gv 19,31).
L’Agnello pasquale, centrale nelle visioni dell’Apocalisse, è assiso sul trono, vivo, forte e vincitore ma «come immolato» (5,6), risplende come lampada nel cuore della Gerusalemme celeste, le sue zampe sostengono il libro della vita e una bandiera con croce rossa in campo bianco, simbolo della croce della vita che si impone sulla morte. Il suo sangue, raccolto in un calice, diventa salvezza per tutti gli uomini. Vediamo che, pur essendo trafitto, non è sofferente e non giace dissanguato su un’ara, e nemmeno in un freddo sepolcro, anzi le piaghe della sua passione divengono i segni del suo trionfo glorioso, come le cicatrici di un vecchio soldato diventano i tratti distintivi delle sue vittorie.
L’agnello regna ed è vincitore perché si è sacrificato ed ha redento e salvato l’umanità perduta dando una svolta decisiva – anzi la svolta ultima e decisiva – alla storia umana.
L’Agnello dell’Apocalisse è un agnello eucaristico, sacrificato e al tempo stesso risorto che, con il suo corpo ed il suo sangue, protegge il popolo d’Israele nel cammino verso la salvezza. Gesù è contemporaneamente agnello e pastore: «l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti dell’acqua della vita» (7,17). I cristiani quindi, attraverso il lavacro del battesimo diventano partecipi della natura divina, agnelli nell’Agnello, figli di Dio nel Figlio di Dio perché una è la vita del Corpo Mistico, una è la vita del gregge che è la Chiesa. Ma Cristo è al tempo stesso Signore e mediatore presso il trono dell’Altissimo. E, in quanto capo, è il Pastore del gregge, colui che lo guida verso i pascoli della vita eterna.
Attraversando Lui che è la «porta delle pecore» (Gv 10,7) nel segno della porta santa, siamo specialmente chiamati in quest’anno giubilare a lasciarci condurre lì dov’è la vita vera, la vita in pienezza, nella comunione con tutti i nostri fratelli e sorelle che, perdonati ed amati da Cristo, sono «in Illo uno unum» (Papa Leone XIV).
