Lettera pastorale del Cardinale Vicario Don Angelo De Donatis
Description

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

è davvero una grande gioia ritrovarci insieme nella nostra Cattedrale! Oggi, nei Secondi Vespri della natività di san Giovanni Battista, tutta la Chiesa di Roma è presente. Sento un grande desiderio di invitarvi a chiedere insieme al Signore una grazia fondamentale, perché da essa dipende il presente e il futuro della nostra Chiesa di Roma: la grazia di evangelizzare.

Forse questo tempo ci ha aiutato a comprendere ancora più chiaramente che evangelizzare non è prima di tutto un’iniziativa umana, ma è una grazia che il Signore ci dona nel momento in cui lo accogliamo nella nostra vita. Nasce dall’entusiasmo traboccante che ci è riversato nel cuore quando Egli apre i nostri occhi e si mostra vivo. In quel momento sentiamo l’incontenibile desiderio di condividere con gli altri la gioia della salvezza portata dal Signore: è allora che ci viene donata la grazia di evangelizzare.

Al tema della grazia di evangelizzare ho dedicato la meditazione per la Pentecoste di quest’anno. Troverete il testo della meditazione nel Sussidio che viene distribuito oggi, perché possiate ritornare su questo punto nella preghiera.

In realtà questa grazia non lascia “tranquilli”, perché chiede continue e radicali conversioni. Quando una comunità parrocchiale prende sul serio il primato dell’evangelizzazione, soprattutto se intende aprirsi a tutti gli abitanti del quartiere, deve prepararsi a vivere una profonda rivoluzione!

Una delle conseguenze è che i luoghi in cui testimoniare la fede non sono più soltanto i locali parrocchiali, ma sono i luoghi della vita di tutti i giorni. Come ci ha ripetutamente detto Papa Francesco, siamo chiamati a fare il primo passo e ad uscire. Ma cosa significa questo? Voi laici cristiani vivete già nel mondo, abitate già la città. Si tratta però di starci “con il cuore”. Per quanto la vostra parrocchia o la vostra comunità sia bella, un luogo familiare e rassicurante, “il cuore” deve stare da un’altra parte, deve stare nella città. Perché è lì che il Signore ci invia ed è lì che ci aspetta. Questo vuol dire per la parrocchia accettare di “dimagrire” un po’ rispetto ai propri compiti interni, soprattutto quelli meno necessari, e sbilanciarsi sul “fuori”, dove è presente il regno, pur in mezzo a tante ambiguità. È questa la rivoluzione!

Non è facile. Ma forse quello che abbiamo vissuto durante la pandemia ci ha aiutato di più a familiarizzare con i nostri territori. All’inizio, come tutti, ci siamo spaventati e rinchiusi in casa; e anche questo è stato importante, perché ci ha permesso di riscoprire le relazioni familiari. Ma poi l’ascolto del grido ci ha condotto a prestare attenzione alle persone più fragili che vivono nei nostri quartieri: anziani o giovani soli, persone malate, poveri, spesso vicini di casa. Abbiamo cercato, come potevamo, di custodire ed allargare la relazione con le famiglie e con i giovani del quartiere, farci vicini a tutti anche solo per chiedere: “Come stai?”. Sono nate anche collaborazioni inedite con chi, nei nostri territori, si spende per il bene comune (ricordate le levatrici Sifra e Pua dell’Esodo 1,15-21?). Abbiano utilizzato strumenti nuovi per rimanere in contatto e raggiungere più persone possibili; con fatica ma con determinazione abbiamo garantito la liturgia e la catechesi in sicurezza, abbiamo offerto spazi alle scuole e ora stiamo portando avanti con molte attenzioni gli oratori estivi.

Non c’è che dire, è stato uno stravolgimento forte della nostra vita pastorale ordinaria, ma era importante affrontare questa fatica perché siamo stati costretti a puntare lo sguardo “al di fuori” delle nostre comunità. Nel periodo più duro del lockdown, non potendo recarci in parrocchia, abbiamo anche riscoperto la casa come il luogo della preghiera e del parlare di Dio con i nostri figli: quanto ci ha fatto bene tutto questo!

E ora? Sono convinto che siamo davvero al cuore del cammino dei sette anni, siamo ad un punto di svolta. Possiamo ritornare un po’ malconci alla vita di prima, come se non fosse successo nulla, oppure possiamo chiedere al Signore di rigenerarci, riscoprendoci ancora più profondamente “Chiesa del Signore”. Dobbiamo lasciarci guidare da Lui verso un nuovo Esodo; come il popolo di Israele, anche noi, dopo aver vissuto la piaga della pandemia e la Pasqua rinchiusi nelle case, ora usciamo per attraversare il mare Rosso. Nel testo biblico esso è descritto come un parto, nel quale Dio, con mano potente e braccio teso, come una levatrice, genera e fa nascere il suo Popolo; poi lo conduce nel deserto per insegnargli a camminare: lo disseta con l’acqua viva dello Spirito, lo nutre con la manna delle “Dieci Parole”, sancisce con Lui l’Alleanza d’amore sul monte Sinai. Anche la nostra vita ecclesiale vivrà una fase nuova solo se rinnoveremo l’esperienza dell’Esodo, un parto di rinascita e non una semplice ripartenza, un camminare su strade mai battute imparando a confidare nella guida del Signore.

E come avviene questo nella Chiesa? Non c’è dubbio: in ogni luogo e di ogni tempo la comunità dei cristiani ha vissuto i cambiamenti d’epoca come un Esodo di rigenerazione solo quando si è messa in cammino in maniera sinodale e ha posto al centro della sua vita il kerigma, cioè l’incontro rinnovato con il Signore Risorto.

Come sapete, Papa Francesco ha chiesto a tutta la Chiesa italiana di dar avvio ad un cammino sinodale che, avendo come punto di partenza il suo discorso al Convegno di Firenze del 2015 e tenendo come bussola Evangelii Gaudium, conduca tutte le comunità a riscoprire la grazia di evangelizzare, con tutte le conversioni e i cambiamenti che questo comporta. Il nostro cammino sinodale è cominciato quattro anni fa e ha preso le mosse proprio dalle parole del Papa a Firenze. Attraverso la verifica delle malattie comunitarie, la memoria del cammino compiuto e l’abitare la città con un atteggiamento di amicizia e di ascolto contemplativo, abbiamo dato forma concreta di itinerario alle indicazioni del secondo capitolo di EG. Ora, come vi dicevo, siamo arrivati al cuore del cammino, non possiamo che ripartire dal kerigma, così come il Papa ci suggerisce nel terzo capitolo di EG: “il kerigma deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale” (EG 164). Significa ripartire da Dio e dalla sua Parola, dalla gioia dell’incontro con il Crocifisso Risorto, dalla grazia battesimale dell’essere discepolo, a cui è immediatamente collegata la grazia dell’evangelizzazione: siamo fin dall’inizio discepoli- missionari. Tutto il resto viene dopo. È da qui che si rinasce come cristiani e come Chiesa.

Ma per esprimere bene cosa si intende con kerigma, vorrei rileggere insieme con voi e commentare un brano evangelico e raccontare una storia di vita. Cominciamo con il testo di Lc 9,1-17: abitualmente non lo leggiamo mai tutto intero, ma lo dividiamo in due: la missione dei Dodici e la moltiplicazione dei pani e dei pesci. In realtà, in Luca i due episodi sono concatenati. Ascoltiamo:

Convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. 2E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi. 3Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. 4In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. 5Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro». 6Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni (…)

10Al loro ritorno, gli apostoli raccontarono a Gesù tutto quello che avevano fatto. Allora li prese con sé e si ritirò in disparte, verso una città chiamata Betsàida. 11Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.

12Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». 13Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero:

«Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». 14C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli:

«Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». 15Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 16Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 17Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Per la prima comunità cristiana era di fondamentale importanza ricordare e trasmettere le parole che Gesù aveva pronunciato in occasione del primo invio missionario, quello dei Dodici, e che aveva come destinatari i villaggi ebrei della Galilea: quelle parole contenevano indicazioni per la missione della Chiesa di sempre. Non fu l’unico invio; gli evangelisti ci raccontano anche che Gesù mandò altri settantadue discepoli, questa volta ai villaggi dei pagani (ad es. in Luca: 10,1-11). Come il numero dodici alludeva alle dodici tribù che compongono il popolo di Israele, così settantadue sono per la Genesi la totalità dei popoli del mondo (Gen 10). Quindi, una missione rivolta a tutti.

Nelle parole di Gesù notiamo subito un elemento di tensione: da una parte conferisce agli apostoli il potere di accompagnare l’annuncio del regno di Dio con i segni della guarigione dalle malattie e della liberazione da tutti i demoni; ma dall’altra egli chiede di non portare con sé nulla, di presentarsi ai villaggi con l’aspetto debole dei viandanti poveri. La forza donata dall’Alto e la dignità di essere gli inviati del Messia non devono essere ostentati, non sono il “biglietto da visita” da presentare all’ingresso dei villaggi per essere accettati. Al contrario, i discepoli devono presentarsi così come sono: due poveri, senza denaro e senza sacca, senza bastone e senza sandali, che bussano alla porta delle case.

I missionari, prima di dire o fare alcunché, chiedono di essere accolti in casa, facendo appello alla Legge, nella quale Dio affida i suoi poveri alla carità dei figli di Israele. Se in casa abita un “figlio del regno” o un “figlio della pace”, costui aprirà la porta, così come fecero Abramo e Sara alle querce di Mamre: il viandante povero e straniero è sempre da ospitare, perché potrebbe essere il Signore che viene a riempire di benedizioni la casa dei suoi servi.

Una volta accolti in casa, gli apostoli annunceranno la buona notizia: Dio ha mandato il suo Re Messia, Gesù, perché il mondo diventi il regno di Dio e gli uomini possano ricevere liberazione dal male, il perdono e la guarigione. Gesù ha inviato i suoi apostoli perché gli uomini possano udire una parola di benedizione sulla loro vita e possano trovare salvezza nel nome di Gesù.

E se in un villaggio nessuno aprirà la porta? Quando gli Israeliti lasciavano la terra dei pagani per ritornare nella terra di Israele, scuotevano la polvere dai loro sandali, perché la terra dei loro padri non venisse contaminata. Ma in questo caso è diverso: i villaggi sono i villaggi degli ebrei. Allora il gesto dello scuotere la polvere dai sandali ha un significato forte di denuncia: anche se questa terra è di Israele, se in questo villaggio nessuno accoglie due poveri, allora i suoi abitanti si stanno comportando come pagani che non hanno mai udito la Parola di Dio.

Nella scena evangelica successiva, gli apostoli ritornano da Gesù. Vano è il tentativo di trovare un po’ di riposo: la folla si è messa sulle sue tracce perché ha fame di ascoltare la Parola. Forse anche le persone a cui i discepoli hanno parlato di Gesù lo stanno cercando per conoscerlo direttamente. L’evangelista Luca riporta che Gesù “le accolse”, ed è lo stesso verbo (apodèkomai) che si utilizza per un padrone che fa gli onori di casa. La situazione ricorda l’inizio del Vangelo di Giovanni, quando i due discepoli seguirono Gesù e il Maestro li accolse in casa sua (“Dove dimori?”, “Venite e vedrete”: Gv 1,38-39). In questo “fare casa” con il Signore, sull’erba verde della riva del lago, ognuno riceve di che nutrirsi: il buon pane e il pesce, simboli della Parola di Dio (“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio”: Mt 4,4) e della presenza di Gesù Salvatore. Nessuno è escluso dalla casa e dal dono di Dio! Tra le mani dei discepoli il pane si moltiplica, perché ce ne sia per tutti e ognuno ne abbia un pezzo: è la Parola di salvezza sulla vita degli uomini, su quella di ciascuno, è il contatto con il Signore che non vuole che nessuno dei suoi fratelli vada perduto ma che riceva vita e vita in abbondanza. Questo “per tutti” è significato anche dal numero simbolico delle ceste avanzate: dodici ceste per i figli di ogni tribù di Israele, sette ceste avanzate per gli uomini di tutti i popoli, nella seconda moltiplicazione dei pani e dei pesci, raccontata da Marco e da Matteo in terra pagana, nella Decapoli della parte orientale del lago (Mc 7,31; 8,1-10).

Cosa dice questo brano evangelico alla Chiesa di tutti i tempi e quindi anche a noi, oggi?

La missione ricevuta da Gesù Risorto ci spinge a rivolgerci a tutti gli uomini, perché Gesù è venuto per tutti. I discepoli missionari sanno che sono al servizio di un incontro, quello tra il Signore Risorto e ogni essere umano, nessuno escluso: non esiste situazione umana che il Signore voglia “tenere lontana” da sé e dal suo Amore. Gli evangelizzatori vogliono offrire a tutti un’esperienza straordinaria, che faccia esclamare con stupore: “ma allora il Signore ama anche me! Dio mi conosce da sempre e che non si scandalizza né si lascia fermare dai miei peccati”.

Il Signore vuole il nostro aiuto per incontrare oggi gli uomini e le donne della nostra città. Vuole servirsi dei nostri volti, delle nostre mani, delle nostre parole, del nostro “amore di amicizia”. Il brano di Luca sottolinea da una parte che il discepolo missionario raggiunge l’altro per incontrarlo lì dove vive, dall’altra che questo incontro è sempre un’accoglienza reciproca: ciascuno fa entrare l’altro “in casa sua”, cioè condivide con l’altro, in maniera ospitale, un po’ del suo tempo e magari il racconto della propria vita.

Il discepolo missionario si presenta povero, non nasconde la propria vulnerabilità e le proprie fatiche, perché non deve esibire nessun successo personale, ma solo il dono di grazia che Dio ha fatto alla sua povertà. Egli ha ormai una sola ricchezza, Gesù. Il suo scopo è attirare al Signore, non affermare se stesso e il proprio punto di vista. La testimonianza più efficace non è quella di un cristiano che sa tutto e che ha pronta la risposta ad ogni problema: ma quella di chi ha incontrato il Signore a partire dall’esperienza della sua povertà. Talvolta sperimentiamo che le nostre mancanze e i nostri problemi non sono poi tanto diversi da quelli degli altri.

Durante l’incontro, forse potremmo scoprire che l’altro è un “figlio del regno”: uno che ha fede in Dio (magari una fede molto soggettiva, ma fatta di veri momenti di intimità con il Signore) e che per qualche vicenda personale si è allontanato dalla Chiesa; magari troveremo qualcuno che, pur non essendo particolarmente credente, sa fare spazio ai poveri e ai sofferenti o si impegna con dedizione per il proprio quartiere. Qualche altra volta ci imbatteremo in persone molto indurite dalla vita o arrabbiate con Dio, o persino nei “lupi”, persone egoiste e approfittatrici; altre volte sperimenteremo porte chiuse per paura e per diffidenza. A tutti il discepolo missionario annuncia la Parola, condivide con ciascuno il buon pane e il pesce.

La Parola che egli annuncia è la parola della buona notizia sulla vita delle persone, testimoniando l’amore di Dio, egli annuncia il perdono dei peccati. Cristo fa venire allo scoperto i demoni di cui ci siamo resi schiavi, versa sulle ferite della vita l’olio e il vino della consolazione, infonde la speranza anche di fronte al male radicale che è la morte e condivide con gli altri, specie i più poveri, i beni della terra. In tutto ciò che dice e fa, il discepolo missionario come Gesù rivela ad ogni uomo chi egli sia agli occhi di Dio: un figlio che il Padre ama “visceralmente”. Anche l’esistenza più segnata dal male e dal dolore è una vita “benedetta” da Dio, nella quale è possibile ritrovare la strada dell’incontro con il Signore, la strada di casa.

Il Signore ci invita ad avere sempre fiducia in ciò che può avvenire di straordinario nella nostra vita e in quella degli altri quando lo incontriamo. Egli è la Parola divenuta carne, e il contatto con lui, il suo “tocco”, può sempre donare guarigione e salvezza. Toccare è un gesto di relazione: si tocca Gesù, si entra in relazione con Lui, affinché tutte le relazioni siano guarite, salvate, trasformate. Basta toccare il lembo del suo mantello, come l’emorroissa (Mc 6,53-56): nella tradizione biblica, il lembo del mantello è un segno che ricorda i comandi del Signore, la sua Parola da osservare (Nm 15,37-41). Ora la Parola da osservare è divenuta una Persona da toccare; anzi, è Lui che prende l’iniziativa e si fa uomo proprio per toccarci, cioè per entrare in una relazione profonda e concreta con noi, possibile solo se coinvolge la carne viva della nostra esistenza.

Può avvenire così il miracolo della fede! Le persone toccate dal Signore, di propria iniziativa, si mettono alla ricerca di quella casa dove il cibo che sfama è abbondante, dove i discepoli offrono a tutti il buon pane quotidiano della Parola di Dio. È il ritorno alla Chiesa, alla sua vita di comunione fraterna, alla partecipazione alla liturgia domenicale. Tutto questo avviene per attrazione, per iniziativa dello Spirito, per una conversione donata da Dio. Può avvenire subito o dopo anni o può non avvenire mai. Dobbiamo lasciare a Dio il suo spazio! A noi è stato dato un cesto pieno di pane e di pesce e ci è stato detto: “Voi stessi date loro da mangiare”: è la grazia di evangelizzare.

Quanto è ricca la Parola di Dio!

Ora vorrei che ascoltaste una vera storia di vita, simile magari alle nostre storie o a quelle che abbiamo udito in questi due anni. È la storia di Monia e del suo incontro con il Signore nella Chiesa. L’abbiamo ascoltata dalle labbra di Fratel Enzo Biemmi ed è riportata in un suo libro, la trovate per esteso nel Sussidio.

Pensate: un kerigma annunciato in pochi mesi “annienta anni di distanza”; l’evangelizzatore, scrive Monia, “mi parla di Dio e me ne parla come se fosse sempre stato con me [… ]Io non sapevo che Dio mi avesse amata da sempre”. Una Chiesa accogliente rende possibile che il kerigma dell’amore del Signore raggiunga il cuore delle persone.

Ma guardate anche come è cambiata la Chiesa nei quarant’anni di vita di Monia. Da Chiesa inflessibile che non ammette eccezioni, a comunità che accoglie senza giudicare una coppia giovane non sposata con un bambino e che si preoccupa piuttosto di annunciare loro il kerigma, alla Chiesa che affida a questa stessa coppia il ministero del catechista proprio per accompagnare i bambini e le famiglie nell’Iniziazione Cristiana. Questa famiglia con un cammino cristiano così irregolare ed accidentato, diventa un soggetto capace di parlare di Dio alle famiglie di oggi.

Dopo aver ascoltato la Parola del Vangelo e la storia di Monia, ritorniamo ora all’anno pastorale che ci aspetta. Abbiamo gli elementi per comprendere con più chiarezza cos’è in gioco quando si parla di kerigma.

Abbiamo detto che la Chiesa di Roma può vivere un’esperienza di rinascita se mette al centro il kerigma. Questo significa prima di tutto che la Chiesa si mette costantemente nell’atteggiamento di essere evangelizzata, senza mai dimenticare che nella sua vita concreta il primato è della Parola di Dio e dell’azione dello Spirito. Tutto quello che la Chiesa è e vive, è al servizio del kerigma. Papa Francesco ci ricorda sempre che il kerigma non è riducibile solo ad un annuncio verbale, ma è l’incontro vivo e personale con Gesù Risorto, che ci guarisce con il suo tocco e ci illumina con la sua Parola. Il kerigma non è fatto solo di parole, ma è prossimità, incontro, volto e gesti, relazione che comunica vita e rende manifesto che “dietro” l’annunciatore c’è il Signore! Le parole con cui annunciamo l’amore di Dio rivelatosi nella morte e resurrezione di Gesù sono rese vere e credibili (oppure false e inaffidabili) dalla testimonianza di vita nuova dell’evangelizzatore e della comunità da cui proviene. Deve essere evidente che il discepolo ha trovato un grande tesoro e che il Signore ha salvato la sua vita! Nello stesso tempo il destinatario dell’annuncio deve poter sentire che la sua vita è stata accolta, interpretata e compresa e che il kerigma è davvero una “buona notizia” sulla sua concreta esistenza.

Il kerigma quindi si trova al “crocevia” di tre storie: quella di Gesù Signore e Salvatore di tutti, quella dell’evangelizzatore e della sua comunità, e quella del destinatario dell’evangelizzazione. Lì dove questo incontro avviene nella povertà (nessuno deve difendere le proprie posizioni) e nell’amicizia e ospitalità reciproca, come nel brano di Luca 9, il kerigma diventa incontro vivo con il Signore: ecco che le persone attratte da Gesù si mettono sulle sue tracce e decidono di entrare in quella casa in cui il cibo della Parola è assicurato e in abbondanza. Quindi tutto nella vita della Chiesa è al servizio del kerigma; anzi, possiamo dire che è già kerigma la presenza nel mondo della Chiesa che vive nella carità e nell’unità, grazie all’azione dello Spirito che realizza tra gli uomini la comunione secondo il modello dell’amore trinitario.

Bisogna evitare che troppe sovrastrutture della vita e della predicazione ecclesiale prendano il sopravvento ed oscurino il cuore dell’evangelizzazione; per questo Papa Francesco sottolinea che il kerigma deve avere il primo posto e stare al centro: “Quando diciamo che questo annuncio è ‘il primo’, ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. È il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti” (EG 164). “Non si deve pensare che nella catechesi il kerigma venga abbandonato a favore di una formazione che si presupporrebbe essere più ‘solida’. Non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio. Tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerigma che va facendosi carne sempre più e sempre meglio [...] È l’annuncio che risponde all’anelito d’infinito che c’è in ogni cuore umano” (EG 165).

Tutta la vita della Chiesa è al servizio di questo incontro con il Signore Risorto, sempre da rinnovare. La predicazione e la catechesi, ad esempio, consistono nel “rappresentare al vivo Gesù Cristo crocifisso” (Gal 3,1); la liturgia è “annunciare la morte del Signore, finché egli venga” (1 Cor 11,26); accogliere e servire il povero, il forestiero, il carcerato è incontrare Cristo e ricevere la sua benedizione: “venite, benedetti dal Padre mio, perché ho avuto fame…” (Mt 25,34ss). Poiché il kerigma è essenzialmente opera di Dio, il suo “successo” non può essere garantito da nessuna programmazione pastorale redatta a tavolino, ma solo dallo Spirito, che ispira la vita e l’attività della Chiesa perché in essa si realizzi ancora oggi l’incontro con Cristo.

Quando questo avviene, ci viene donata la nostra rinascita battesimale, come persone e come comunità. Attraverso il kerigma lo Spirito Santo ci rigenera rendendo attuale il nostro battesimo, il Figlio ci incorpora ancora di più a sé e al Popolo dei suoi fratelli, il Padre ci invia nel mondo come apostoli del suo amore e servitori del suo regno.

Ora vi descrivo l’itinerario proposto per il prossimo anno. Ogni comunità parrocchiale è chiamata a riscriverlo adattandolo alla propria realtà. Queste linee nascono dal confronto con il Consiglio dei Parroci Prefetti, con il Consiglio Presbiterale e con i Direttori degli Uffici del Vicariato.

Prima di tutto la comunità parrocchiale si lascia evangelizzare dalla Parola di Dio. Durante l’anno vengono proposti momenti forti di ascolto della Parola, in parrocchia, soprattutto in una forma che coinvolga insieme tutta la comunità cristiana. Si vuole evidenziare che siamo tutti sotto il primato della Parola, come nei ritiri comunitari, ma anche nelle case e negli ambienti di lavoro, ad esempio nelle pause-pranzo. In particolare quest’anno meditiamo e contempliamo gli incontri di Gesù, nei quali egli dona ai suoi interlocutori e a noi oggi guarigione, perdono e salvezza, lasciando nel cuore la beatitudine evangelica. È stato predisposto un sussidio a schede, che vi sarà donato a settembre, in cui ad ognuna delle beatitudini evangeliche è associato un incontro di Gesù (es: “beati gli affamati ed assetati di giustizia, perché saranno saziati” e l’incontro con la Samaritana). Questo materiale, opportunamente adattato da voi, può essere usato in ogni situazione: in parrocchia, in famiglia, o anche in chiave missionaria nei posti di lavoro o in altri luoghi di aggregazione. In quest’ultimo caso proviamo a coinvolgere persone nuove, contattate per l’occasione, come vicini di casa, colleghi di lavoro, gente con cui abbiamo costruito una relazione d’amicizia nell’anno passato. Questi incontri possono essere occasioni per ascoltare o riascoltare il kerigma;

la comunità parrocchiale si lascia evangelizzare dalla testimonianza dei fratelli: moltiplichiamo in parrocchia le occasioni in cui i cristiani condividono fraternamente la memoria dell’incontro che ciascuno ha vissuto con il Signore Risorto, quell’incontro che ha permesso loro di sperimentare la gioia per la guarigione e la salvezza. Come l’anno scorso abbiamo condiviso le storie di vita ascoltate per cogliervi la presenza e l’azione di Dio, quest’anno riflettiamo insieme su come ciascuno di noi è stato raggiunto dal kerigma, e come lo Spirito ha agito perché aderissimo al Signore. È importante che gli elementi fondamentali di queste testimonianze di vita siano raccolti e consegnati in particolare alla riflessione dell’equipe pastorale: ci domandiamo cioè cosa ha facilitato e cosa ha impedito l’accoglienza del kerigma, per poter a nostra volta evangelizzare puntando sugli aspetti più opportuni;

le équipe pastorali continuano la loro formazione una volta al mese, online. In questo caso riflettiamo sull’incontro con Gesù che guarisce, utilizzando come testo di riferimento il libro di don Fabio Rosini: “L’arte di guarire”. Come l’anno passato abbiamo fatto nostra la grammatica dell’evangelizzazione attraverso il libro di Papa Francesco “Senza di Lui non possiamo far nulla”, così quest’anno sottolineiamo la forza sanante del kerigma, anche rispetto alle tante ferite della vita, emerse durante il COVID.

L’équipe pastorale continua il lavoro della mappatura dei nostri quartieri (integrando i dati raccolti da noi con quelli del sito mapparoma.info) utile per ripensare l’evangelizzazione in questo concreto territorio. Non sono uguali i nostri quartieri: alcuni sono più un dormitorio, altri hanno la movida; in alcuni c’è un grande fermento culturale, in altri una preoccupante povertà, altri sono devastati dalla criminalità organizzata. Alcuni hanno una forte presenza di immigrati non italiani, altri sono diventati nel tempo dei ghetti. Fuori del raccordo anulare vivono i nuclei familiari con più bambini, al centro sono soprattutto uffici, anziani soli o professionisti single. Queste differenze non sono irrilevanti per l’evangelizzazione. Le varie realtà sociali e associative, i luoghi di aggregazione, non vanno solo mappati, vanno anche incontrate le persone che vi abitano per allacciare una relazione il più possibile costruttiva e collaborativa. In questa fase così complicata dal punto di vista sociale ed economico è necessario mettere al centro le persone più povere e fragili con i loro problemi reali: il lavoro, la casa, la perdita di reddito, il rischio tutt’altro che aleatorio dell’emarginazione e della disperazione sociale. È importante che le parrocchie che si trovano nello stesso quartiere o zona urbanistica condividano la mappatura e riflettano insieme sulle caratteristiche del loro territorio, anche perché l’evangelizzazione stessa andrà ripensata superando l’autoreferenzialità parrocchiale ma collaborando tra parrocchie che negli anni hanno maturato “carismi” diversi;

Invito tutti i cristiani a continuare ad allacciare relazioni con le persone che non partecipano abitualmente alla vita della parrocchia, ad ascoltarle e a dialogare con loro con l’atteggiamento dell’umiltà, del disinteresse, cioè dell’amore di amicizia, testimoniando la beatitudine che l’incontro con il Signore ci ha messo nel cuore. Ognuno di noi provi a proporre il kerigma dell’amore di Dio alle persone che incontra nei diversi luoghi di vita. Esercitiamo l’accoglienza reciproca descritta in Luca 9,1-11: accogliamo e facciamoci accogliere. Custodiamo la povertà nell’incontro: condividiamo vita concreta, gioie e speranze, tristezze ed angosce, senza sentirci superiori a nessuno… Cerchiamo di notare negli altri non solo gli aspetti critici della loro vita, lì dove le scelte sono distanti dalle esigenze del Vangelo, ma gli aspetti positivi: è un “figlio del regno” colui che mi sta davanti? Forse “non è lontano dal regno di Dio”, come lo scriba del Vangelo. Proviamo ad individuare quel punto in cui quella persona si è bloccata nella sua relazione con il Signore, come è successo a Monia. Ogni discepolo è missionario dal momento in cui è diventato discepolo, perché il Signore gli ha messo nel cuore la grazia dell’evangelizzazione; anche se non ha fatto un grande cammino di formazione catechetica o di approfondimento delle esigenze morali della vita cristiana, il suo entusiasmo può essere più efficace per l’evangelizzazione più del catechista che pretende di offrire non il kerigma ma un discorso costruito con troppa finezza argomentativa.

È importante che verifichiamo alla luce del brano di Luca 9 cosa già facciamo per l’evangelizzazione dei giovani, degli adulti e delle famiglie. In molte parrocchie di Roma si fanno missioni casa per casa, itinerari di annuncio e riscoperta della fede, cammini per coppie di fidanzati o per genitori che chiedono i sacramenti per il loro figli, evangelizzazione negli ambienti di vita. Pensiamo ai tre punti che Gesù sottolinea nel suo discorso di invio missionario ai discepoli: state andando come poveri, cioè togliendovi i sandali davanti alla terra sacra che è l’altro? Siete disposti ad accogliere la vita degli altri, ascoltandola in profondità e con rispetto, e a farvi accogliere mostrando anche la vostra verità di persone bisognose di salvezza e redente dal Signore? Proponete il kerigma dell’amore di Dio mostrando che l’esistenza di ognuno (anche piena di peccati, errori e fallimenti) è in realtà da sempre amata e benedetta dal Signore? Ricordiamoci delle tre storie che si intrecciano nel kerigma. Teniamo sempre a mente che il kerigma chiede sempre anche un lavoro personale di accompagnamento, a tu per tu.

Con i presbiteri riprenderemo la riflessione sull’omelia, confrontandoci con le sagge riflessioni di Papa Francesco contenute nel terzo capitolo di EG. Facciamo in modo che anche l’omelia esprima soprattutto il kerigma dell’amore di Dio, incontro con il Signore Risorto, che sia “buon pane” che sazia la fame degli uomini, moltiplicato per tutti e per ciascuno.

In ogni comunità parrocchiale e in ogni realtà ecclesiale riflettiamo comunitariamente su ciò che si può fare in più per l’evangelizzazione degli adulti, delle famiglie e dei giovani. Nell’equipe pastorale proviamo ad elaborare nuove proposte di evangelizzazione, tenendo conto di quelle che già esistono a Roma e che sono molto efficaci perché nascono dall’ascolto attento delle esistenze degli uomini e delle donne di oggi e dal discernimento di quello che il Signore fa nel loro cuore. Concordiamo tra parrocchie vicine e presenti nello stesso territorio come lavorare insieme, in maniera collaborativa e complementare, per l’evangelizzazione.

Riscopriamo il battesimo: questo sacramento, ricevuto fin da quando eravamo bambini (almeno per la maggior parte di noi), ci ricorderà per sempre che incontrare Gesù, ad ogni età della vita, significa morire e rinascere, sia dal punto di vista personale che comunitario; in quaresima possiamo riprendere il tema della riconciliazione comunitaria come attualizzazione del battesimo: per rinascere come comunità e diventare sempre di più famiglia, “madre dal cuore aperto”, chiediamoci perdono gli uni gli altri. Si sottolineerà i l fonte battesimale parrocchiale e diocesano, che nella ricca simbologia liturgica ricorda il sepolcro del sabato santo, dove si muore e risorge con Gesù, l’utero materno della Chiesa fecondata dallo Spirito del Risorto, il Mare Rosso dell’Esodo personale e comunitario nel quale Dio ci rigenerati come Popolo. Si potrebbero riscoprire e valorizzare i fonti battesimali parrocchiali e quello di san Giovanni in Laterano, come luoghi della memoria della fede ricevuta e della professione di fede di chi ha riscoperto il Signore da poco tempo. Valorizziamo anche questa Cattedrale come simbolo della Chiesa Madre, meta del pellegrinaggio di chi sa di appartenere all’unico Popolo dei salvati

La Giornata Mondiale delle Famiglie, che si celebrerà a Roma nel giugno 2022 in una forma che tiene conto della congiuntura pandemica internazionale, sarà preparata da un cammino proposto a tutte le famiglie romane e che consiste soprattutto nell’utilizzo di un sussidio per le catechesi, accompagnato da brevi video del Papa sull’Esortazione Apostolica Amoris Laetitiae. Continuiamo a incoraggiare e sostenere la dimensione familiare della vita cristiana, attraverso le proposte per la preghiera e la catechesi dei bambini in famiglia.

Vi auguro che il cammino del prossimo anno ci conduca a una fede autentica e gioiosa.

Buon cammino e buona estate!

Basilica di san Giovanni in Laterano - 24 giugno 2021

 

Details